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Moon, spero che questo piccolo dono ti aiuti a volare in alto, oltre ogni luogo oscuro ed al di sopra di chiunque non meriti il tuo affetto...
Vi0la
postato da goodnightmoon88 alle ore 09:40
14/07/2008
Un’ombra su mio padre, anche se c’è il sole…Marais cafè
“Proprio qui, mi dovevi portare a mangiare? Lo sai che sono affezionata al Deux Magots”, dice mia madre.
Siamo invece seduti all’aperto schiacciati tra la folla al Marais Cafè nel quartiere ebraico.
Non piove più ora: c’è sole acido e vento freddo.
“Margherita quando siamo usciti c’era la pioggia, non avremmo potuto pranzare sulla terrazza” - risponde mio padre calmo.
“E allora al Cafè de Flor. Questo posto non mi piace”.
“Il Marais è un quartiere alternativo, alla moda. Qui non ci siamo mai stati e Vale potrebbe vedere qualcosa di nuovo, invece delle solite cose, non credi?”.
Il cameriere porta al nostro tavolo la colazione: marmellata, tè, cioccolata, baguette, croissant, caffè, succo d’arancia.
I miei si servono senza più fiatare e mangiano. Mi verso del tè e basta. “E tu perché non mangi?” - mia madre. “Ho già mangiato prima d’uscire”. Mio padre s’inquieta: “Hai ordinato qualcosa in stanza Vale?”. “Sì, ho pagato subito però, voi dormivate”. Con la coda dell’occhio vedo mio padre cercare il mio sguardo ma io sto fissando le stradine e i negozietti kosher dall’altra parte della strada.
“Ma caro che hotel che hai scelto!? Ti vanno male gli affari? Dillo. Se c’è qualche problema, ti prego di dirlo”, mia madre con voce mostruosamente ferma.
“No Margherita, va tutto bene”, mio padre senza fare una piega.
“Non credo di poter reggere una roba come quella dell’altra volta...”. Mia madre si morde le labbra appena si ricorda che al tavolo con loro ci sono anch’io... “E allora perché mi hai portata fra gay ed ebrei in un alberghetto da quattro soldi?”.
“Excuse me, waiter where’the toilet?”, chiedo al cameriere. “Straight to the left, ”, risponde stizzito, ma cortese.
“E adesso ti metti a parlare in inglese a Parigi? Dille qualcosa tu”, sibila mia madre. Mio padre scuote la testa.
“Tua figlia si comporta da cafona e tu niente”. Mio padre tace, mastica lentamente.
"Sono una spugna troppo piena".
Mio padre ha le rughe agli angoli della bocca più accentuate, gli occhi d’acciaio, il viso cadaverico. La fissa senza rivolgerle più la parola.
Ma lei continua: "Ogni tanto devo strizzarmi per sputare fuori tutto il marciume che accumulo quando tu non ci sei”. Il collo di mio padre s’irrigidisce, il pomo d’Adamo sporge, mi sembra un pitone che non riesce a ingoiare un boccone troppo grosso. Una tensione invisibile taglia l’aria. Mia madre ricomincia con quel suo tic. Il rumore con i denti. Un suono da dentro, lo stridere degli ingranaggi interiori.
Di nuovo silenzio, esasperante. Continuano a mangiare, ancora più contegnosamente del solito.
Io mi osservo le mani - allungandole sotto al tavolo per non farmi vedere: tremano, ma impercettibilmente.
“Sembriamo quelli di quel quadro di Van Gogh...i pelatori di patate...” dice a un certo punto mia madre con una risatina forzata.
“I mangiatori”, dice mio padre. “I mangiatori di patate”.
I nervi dei piedi si contraggono nelle scarpe. Mi gratto a sangue sotto i calzini. Sento che qualcosa punge. Dico: “scusate...”, mi alzo e raggiungo la toilette. Levo le Air Max rosa personalizzate e osservo i miei piedi magri: non c’è nessuna traccia di lesione. Ho bisogno di farlo. Le mie ginocchia ossute sono a contatto con il pavimento freddo: ossa e marmo, ho un rosario d’argento appartenuto a mia nonna in una mano e nell’altra un piccolo pettine d’osso di mio padre, un cimelio di famiglia, rubato alla sua collezione di rarità prima di partire. Le mie dita sgranano il rosario: “Redentore carissimo, non voglio amare altri che Voi, voglio essere tutto vostro e non disgustarvi mai più”. Sono pronta: apro il rubinetto, bevo acqua tiepida per diversi minuti, senza staccarmi mai. Poi mi allontano e quando sento strani movimenti nella pancia, mi ficco il pettinino in gola, sempre più a fondo. Poi mi abbasso di scatto e vomito a fiotti.
postato da goodnightmoon88 alle ore 11:25
09/07/2008
La Villa lumière: mille luci e un frammento di buio...
Io, mia madre e mio padre siamo seduti a un tavolo riservato del Jules Verne, sulla piattaforma al secondo piano della torre Eiffel, sospesi a centoventicinque metri d’altezza, proprio di fronte a una vetrata che s’affaccia su la Villa Lumière. Strane poltrone arancioni e centrotavola bianchi che riproducono credo la base della Torre. Mia madre è altera nel suo tubino Chanel nero, con scollo all’americana, una sottile stola di cincillà, che scivola maliziosamente lungo le spalle ossute, lascia intravedere la pelle diafana. Niente gioielli: solo un filo di perle e il solitario all’anulare. Il viso è un ovale perfetto di impalpabile cipria, gli occhi sono allungati da lunghe ciglia coperte di rimmel, solo il rossetto è troppo acceso. Mio padre è a suo agio nello smoking e io sono a disagio in questo minivestito blu elettrico di Valentino di taglio asimmetrico e le scarpe con i tacchi troppo alti. Beviamo Kir au champagne silenziosi.
La città si staglia sotto di noi: un formicaio di luci in movimento accende la notte. “Guardare la città dall’alto al basso, ecco cosa mi è sempre piaciuto del Verne… è la stessa sensazione che provo nel guardare le persone dall’alto al basso”, dice mia madre con un risolino. Mio padre solleva contrariato gli occhi dal menù, ma lei pare non accorgersene. “E poi qui il cibo è squisito, lo chef è uno dei migliori e il vino…a proposito caro prendiamo lo stesso vino di quando abbiamo fatto l’ultimo viaggio, noi due soli, ricordi?”. Parla da sola e cinguetta quasi mia madre, arrota la erre. Di solito misura le parole, ma questa sera è euforica, logorroica. Il cameriere è immobile davanti a noi e aspetta. Sbircio il menù svogliata. Mio padre sta ancora scegliendo, quando mia madre se ne esce : “Vale, tuo padre e io le abbiamo già provate queste specialità, per una volta puoi fare uno strappo alla regola no?”e ordina al cameriere, senza nemmeno lasciarci il tempo di aprir bocca, per tutti e tre: conchiglie Saint-Jacques, cime di cavolfiore in crema fine e pollame di Bresse in fricassea ai gamberi di fiume e da bere: “ Chateaux Margaux 1998”. “Ma io non bevo vino”, protesto. “Oh per una volta, devi assolutamente provarlo. Solo il colore è qualcosa che t’invoglia, un rosso che…”
“Evian pour ma fille, et Entremet passion pour trois, s’il vous plait”, dice mio padre. “Oui monsieur”.
Stiamo assaporando il dessert, un sorbetto al latte di cocco, ho bevuto molto vino, le luci tremano nello spiazzo sotto la torre, il liquido fa a pugni con i due litri d’evian nel mio stomaco. Non ho parlato per tutta la cena. Ho continuato a guardare di nascosto mia madre e a fissare la finestra: ho pensato diverse volte a una cosa che ho letto da qualche parte: una moneta che cade dalla cima della Torre Eiffel se colpisce una persona può uccidere. Ho pensato a Marika e Yuro, ho immaginato a noi persi in un ristorante di cucina creativa nel Marais, invece che in questo posto, a mangiare qualcosa di esotico, mi sono trattenuta per loro dal vomitare. I miei parlavano come se non ci fossi, mi sono concentrata sul panorama e sulle mille luci che si riflettevano nella Senna, su Notre Dame cupa, sulle cupole bianche della Basilique du sacre Coeur, sul Louvre, su l’Arc de Triomphe e gli Champs-Élysées.
Mi sono voltata e, di colpo, ho visto la sedia di mia madre vuota. Il tovagliolo abbandonato in un angolo.
Mio padre mi stava fissando muto o forse fissava attraverso me il paesaggio. Aveva l’aria indifferente e annoiata di chi ha visto la stessa scena un milione di volte. “E’ bella... la Torre...” ho detto a un certo punto, tanto per dire qualcosa. Mio padre, senza guardarmi ha risposto: “Mah...di giorno sembra una torre industriale dell'hinterland milanese...” Poi mia madre è tornata, aveva gli occhi lucidi e i lineamenti contratti. Una macchia rossastra sporcava il solitario che aveva al dito. Non rideva più. Ha cercato i miei occhi e io mi sono sentita gelare dentro.